venerdì 28 febbraio 2020

Le anime della Norvegia: il Pacifismo


Le iniziali debolezze strutturali hanno indotto la giovane Norvegia ad uno status internazionale pacifista conservativo. La rendita petrolifera ha poi permesso di declinarlo in pacifismo attivo.


Pienamente indipendente solo dal 1905, povera e affetta da una tardiva industrializzazione, la giovane Norvegia optò subito per un posizionamento internazionale pacifista. Il Paese scontava debolezze strutturali territoriali (difficoltà di controllo) e demografiche (esiguità della popolazione). Inoltre la politica di potenza del tempo era assai costosa e il Regno poteva vantare una reale vocazione non bellicosa - la doppia emancipazione, dai danesi nel 1814 e dagli svedesi nel 1905, avvenne, infatti, senza ricorrere alle armi.

L'istituzione da parte dello Storting, il Parlamento, del Premio Nobel e l'impegno per i consessi internazionali, come la neonata Società delle Nazioni, divennero la politica estera norvegese; d'altra parte, è tipico dei piccoli Stati contribuire all'espansione del Diritto Internazionale e dell'uso dei trattati arbitrali.


Nella prima metà del Novecento il paese norréno ha proseguito la politica di neutralità, cercando di rafforzare i propri legami con la Gran Bretagna, la potenza militare mondiale del tempo, anche a livello dinastico: il primo re, Haakon VII, era sposato con una nipote della regina Vittoria d'Inghilterra e loro figlio Alessandro, futuro Olav V, era il numero dodici nella linea di successione al trono britannico; cosicché frequenti e altamente simboliche erano le reciproche visite tra le due famiglie reali. Il 9 Aprile 1940, in seguito all'invasione tedesca della Norvegia, fu proprio a Londra che reali, governo e capi delle forze armate ripararono.

Nel secondo dopoguerra la Norvegia continuò ad allinearsi alla politica estera e di sicurezza inglese, rimanendo in disparte al progetto europeo, aderendo, poi, nel 1960 con la Gran Bretagna nell'associazione liberoscambista EFTA, e, infine, tentando, invano, di seguirne il percorso di adesione alle Comunità Europee.


Dopo il fallimento del referendum di adesione alla CEE nel 1972, con il mutamento del quadro internazionale, la fine di Bretton Woods e i litigi all'interno degli accordi di libero scambio EFTA, la Norvegia sostituì l'ala protettiva inglese, in inesorabile declino, con quella statunitense.

Il Paese stava ormai cambiando anche internamente: la povertà diffusa era stata sconfitta grazie alle politiche di Welfare State e il petrolio apriva rosei scenari di rendita mai immaginati prima di allora.

Dagli anni '90, la NATO, di cui la Norvegia è tra i fondatori, è vista principalmente come un progetto di pace volto a garantire sicurezza e peacekeeping. L'idea di essere una nazione di Pace ha sempre avuto un profondo e vasto consenso nella popolazione norvegese, creando così un continuum che riprendeva il neutralismo anteguerra.


Ora la Norvegia ha le risorse per attuare una politica di coinvolgimento (engasjementspolitikk), cioè una politica di pace attiva, su cui vi è un totale accordo delle forze parlamentari: diventare una "grande potenza umanitaria" (è dello Storting il primo Libro Bianco sui diritti umani, 1977), in primis attraverso l'ONU, arena centrale degli sforzi norvegesi, di cui ebbe la prima presidenza (Trigve Lie, 1946-52), e in cui il paese nordico suole presentarsi come "un giocatore di squadra", un facilitatore, un attore invocabile per compiti delicati in virtù di non avere interessi diretti identificabili.

La diplomazia norvegese ha percorso il sottile terreno del multilateralismo in situazioni anarchiche di assenza di valori condivisi tra le parti in causa. La conformità ai suggerimenti ONU - come il destinare l'1% del bilancio all'assistenza allo sviluppo - è un indicatore dello status di promotore delle organizzazioni internazionali di cui la Norvegia vuole apparire come capofila. D'altra parte il risvolto della politica di coinvolgimento è un attivismo umanitario, essendo le casse pubbliche nell'invidiabile ed apprezzata posizione di poter stanziare risorse per mantenimento della pace internazionale.


Il Paese, dopo la caduta del muro, ha gradualmente riconvertito le strutture statiche della difesa nazionale, aduse alla coscrizione universale maschile, in strutture più flessibili - reparti speciali, élites di professionisti - come le forze di polizia internazionale, adatte in contesti di post-conflitto, coltivando capacità di  nicchia.

La Norvegia punta al dispiegamento di truppe in luoghi lontani per dimostrare la propria solidarietà internazionale, come avvenuto in Kosovo e con l'aeronautica in Libia nel 2011. Coerentemente con tale impostazione, il Paese non ha partecipato alla seconda guerra in Iraq, interpretata come atto unilaterale statunitense, ritirando il battaglione del genio già presente sul posto. Il risultato dello sforzo norvegese viene premiato con rilevanti uffici nei consessi mondiali, come la nomina dell'ex premier Jens Stoltenberg a segretario generale della NATO nel 2014.

In finale, il pacifismo distintivo dello status norvegese si è arricchito negli anni '90 di una componente "attivista" grazie alle possibilità di spesa derivanti dai proventi della rendita petrolifera, costruendosi nel frattempo una vetrina mondiale grazie al premio Nobel, la cui fama e prestigio non ha eguali al mondo tra oltre 300 riconoscimenti analoghi esistenti per la promozione della pace.

Anche se operativamente indipendente, il comitato dell'istituto è eletto dallo Storting e i suoi membri sono ex ministri ed ex parlamentari, il ché significa che,  anche se non è un organo della macchina statale, il Nobel è uno strumento effettivo di politica estera norvegese.


Nuove sfide. La centralità persa dopo il 1989 nelle strategie missilistiche nucleari della Guerra Fredda aveva relegato il paese scandinavo nella periferia geopolitica sia della NATO sia dell'Europa. Oggi, lo scioglimento della "sentinella silenziosa" glaciale ha aperto nuovamente, e questa volta ineluttabilmente, il teatro artico come una sfida aperta sul fianco nord statunitense. Alla militarizzazione delle coste nord russe si è aggiunto il dinamismo economico cinese in tutta la regione, toccando il ventre molle groenlandese, il cui indipendentismo può avere esiti inaccettabili per Washington (da cui la recente ri-proposta d'acquisto dalla Danimarca).

La Norvegia, dunque, oggi si trova nell'inedita condizione di essere un potenziale crocevia geografico di contrastanti interessi geopolitici e la sua storica tradizione pacifista sarà messa seriamente alla prova, tra aggressive fobie di accerchiamento russe, esuberanza commerciale cinese e crescente attenzione dell'Alleanza Atlantica per il quadrante artico (basti ricordare le recenti esercitazioni NATO, Trident Juncture 2018, proprio sul suolo norvegese, e Northern Coasts 2019 nel Mar Baltico, nonché la rediviva II Flotta statunitense ripristinata a Norfolk).
Insomma, come recitavano i latini, "Si vis pacem para bellum"..



Bibliografia

AA.VV., Small States and Status Seeking Norway’s quest for international standing, Edited by Benjamin de Carvalho and Iver B. Neumann, Routledge, 2015

K. Heidar, Elites on Trial, Persus, 2000

P. J. Books, Norwegian Social Democracy, From Revolution to Consumerism in the Norwegian Welfare State, Independently published, 2018

Gianna Chiesa Isnardi, Storia e cultura della Scandinavia, Bompiani, 2015

Andrea Lucarelli, I partiti norvegesi e l'Europa (tesi di laurea), 2004

L'Iran moderno secondo Rokkan & Lipset


Per vecchi studenti di Scienze Politiche e lettori di Limes, Eurasia e via dicendo, l'Iran è una realtà geopolitica che suscita vivo interesse. Hegel stesso ne era attratto, in quanto popolo "storico". La Persia ha esattamente le due caratteristiche citate che la rendono attraente: è un Popolo ben definito, con una Storia millenaria dai contorni ben delineati (lingua farsi, zoroastrismo), ed è hegelianamente "storico", cioè ha una sentita coscienza di sé.

Ciò che rende ancora più affascinante i diretti discendenti degli Ariani è la particolarità di aver sempre trovato una "via iraniana" alle influenze esterne subite (da ultimo la trasformazione dello Sciismo in una propria versione dell'islamismo), una capacità di evolversi e rimanere contemporaneamente sé stessi.

Nella sua lunga storia la Persia ha avuto molte vite. Per capire in parte l'Iran oggi torna utile la teoria dei cleavages di Rokkan e Lipset. I due politologi norvegesi svilupparono una intelligente teoria per interpretare le varie anime che caratterizzano i popoli nelle differenti fasi storiche. L'idea è che esistono delle fratture divisive attorno alle quali si formano e si oppongono le coscienze dei gruppi sociali. E generazionali, nel caso iraniano. Dicotomie come Città-Campagna, Chiesa-Stato, Potere centrale-Potere periferico, e relativi momenti storici epocali, come la Rivoluzione Francese, Waterloo, il 1848, le guerre mondiali, sono alcuni illuminanti esempi.


Per inquadrare in siffatto modo l'Iran moderno, si possono individuare tre avvenimenti-frattura: due interni, la Rivoluzione Islamica del 1979 e la Guerra con l'Iraq 1980-1989, e uno esogeno, Internet, soprattutto dal momento della sua evoluzione e diffusione Social via smartphone (2008/9). A queste si è legata cronologicamente la mentalità delle tre generazioni iraniane degli ultimi quarant'anni, quella del Clero combattente, quella del Fronte e, infine, quella degli attuali under 35, il 70% della popolazione.

Trattandosi di specifici blocchi sociali, viene in soccorso la chiave di lettura sociologica sulla creazione identitaria e le necessarie (ma non sufficienti) propedeutiche contrapposizioni che la creano.

In Psicologia sociale, per un gruppo è importante individuare un avversario al  fine di compattare le fila, ma non basta per garantirne la sopravvivenza (basterebbe l'eliminazione della minaccia indicata per fare venir meno le fondamentali motivazioni aggregative): occorre avere un'ideologia proattiva, un sistema di idee costituenti una weltanschauung positiva non meramente oppositiva (volendo adottare un'accezione neutra del termine "ideologia")


PRIMA FRATTURA, la Rivoluzione Islamicain essa si identifica la Prima Generazione, riconoscendovi il proprio momento fondativo in contrapposizione con il laicismo filo occidentale della precedente cultura "Pahlavi". L'ideologia è la religione islamicapromossa e difesa nella società dal clero detto combattente. Il corollario è l'identificazione del Nemico nell'Occidente (il grande Satana statunitense) e le sue propaggini mediorientali (il piccolo Satana israeliano), nonché nel suo sistema di valori libertari.

Come si pongono le altre due generazioni riguardo al primo cleavage della Rivoluzione del '79? Quella del Fronte ne ha preso alla lettera la parte oppositiva in forza della quasi immediatamente successiva e nodale esperienza della Guerra contro l'Iraq, suo cleavage costitutivo, come vedremo subito dopo. La Terza Generazione, invece, è distante dalla Rivoluzione morale del'79, non solo cronologicamente, ma anche grazie ad Internet e ai Social, i quali hanno consentito la penetrazione dei modelli occidentali (mondialisti, diremmo oggi).


SECONDA FRATTURAla Guerra con l'Iraqprincipio della coscienza della Seconda Generazione, per la quale la Rivoluzione è una condizione bellicosa senza fine. Mentre il Clero combattente si riempiva la bocca contro i nemici della Nazione, i giovani della Seconda Generazione ne vivevano le mortali conseguenze sui campi di battaglia, elevandole a supremo scopo della causa rivoluzionaria. La Rivoluzione è stata risemantizzata dalla Generazione del Fronte come lotta continua: da qui la continua tendenza a mantenere alta la soglia dell'attenzione combattiva, da Israele all'Arabia Saudita agli Stati Uniti.

La Prima Generazione sa che dovrà essere sempiternamente grata e riconoscente verso i martiri degli anni '80 e ha concesso status speciali e privilegi ai loro familiari e discendenti, creando forze militari e paramilitari (Pasdaran e milizie Basji) e un comparto economico (le Fondazioni) paralleli nella Società. E ciò blocca le opportunità della Terza Generazione al di fuori dell'orbita clientelare e parentale della Seconda.

La Terza Generazione, invece, è tanto avulsa dalla Rivoluzione islamica quanto dalla logica della "Lotta continua" che oggi viene sapientemente riattizzata dai fomentatori, bipartisan, di tensione in Medio Oriente. I giovani non capiscono perché lo Stato debba investire in Siria, Irak e Yemen risorse utili per l'economia interna e per creare lavoro e, genericamente, benessere interno.

Il tasso di disoccupazione giovanile è del 28,30% su una fascia 15-24 anni di ben 10,28 milioni di individui; cioè quasi 3 milioni di giovani a spasso. Contando che su una popolazione attiva (15-64 anni) di 58,727 milioni la disoccupazione è del 12,2%, pari a 7,164 milioni. Naturale che lo sforzo bellico all'estero sia visto come inutile e incomprensibile, soprattutto in regime sanzionatorio statunitense & Co., con limitate risorse economiche e un'inflazione più che galoppante, ma non (ancora?) iperinflattiva.


TERZA FRATTURA, Internet e i Social. Oggi tutto è in Rete. Anche mentalità, modelli e stili di vita esteri con cui venire a contatto. Abbattute, così, le barriere geografiche e le possibilità di contaminazione culturale, giovani di Teheran assomigliano a quelli delle grandi città europee, americane ed asiatiche.

La Terza generazione è figlia di internet e dei social. In Rete ha visto cosa c'è nel resto del mondo e, semplicemente, vuole vivere in pace e prosperità, disinteressata a bellicosi richiami nazionalistici moraleggianti. La mentalità datata delle altre due generazioni, unita alla carenza di ascensori sociali (l'Iran sconta, per ciò, un'altissima fuga di cervelli), sono un collante bastevole per indirizzare le rimostranze dei giovani verso un anelito di maggiori libertà e opportunità sociali, economiche ed espressive (gli artisti sgraditi al regime vengono arrestati)

Cosmopoliti, urbanizzati, ascoltano musica iraniana e occidentale (molti artisti persiani hanno potuto esprimersi solo all'estero), bypassano il blocco governativo su internet tramite VPN (nel 2011 si contavano ben 28 milioni di internauti e fino a 110 mila blog attivi), perlopiù secolarizzati, orgogliosi di essere persiani, ben consci dell'ostilità degli arabi, a loro giudizio invidiosi della civiltà iraniana, considerata loro superiore in Storia, Arti e Scienze, e molto ben propensi verso Turchi e Israeliani.



Prima e Seconda generazione non possono fermare la modernità, ma si stanno attrezzando per neutralizzarla: i social sono stati un importante nuovo strumento di coordinamento nelle proteste del Gennaio 2018 e il Governo punta esattamente al controllo della Rete domestica per limitare le potenziali minacce allo status quo. Il silenziamento della Rete sta ormai divenendo un'efficace arma di censura e controllo sociale (ricordiamo: i blackout egiziani nei giorni della caduta di Mubarak nel 2011 e nelle operazioni anti-Isis nel nord del Sinai nel 2018; il recente isolamento internautico del Kashmir, durato ben cinque mesi, nella democratica India).

Così anche l'Iran, varato nel 2016 un proprio progetto infrastrutturale di Rete domestica (NIN, National Information Network), per legittimi scopi difensivi in quello che ormai è considerato il Fifth Domain, quello cyber, ha recentemente utilizzato la sospensione del segnale internet per motivi di pubblica sicurezza (o repressione, a seconda dei punti di vista).

Riassumendo schematicamente:


Molto ci sarebbe ancora da dire, ma ci si riserva di sviscerarlo in future variazioni sul tema. Per ora basti confrontare l'Iran che traspare  dal filmato sull'incoronazione dell'ultimo Scià nel 1967 al passaggio di consegne da Ahmadinejad a Rouhani nel 2013: da una parte un paese colorato molto simile all'Europa del tempo, dall'altra tristi manifestazioni in grigio e nero in moschee che nemmeno riscaldano il cuore degli iraniani, che è zoroastriano, loro antica e peculiare religione, di cui conservano evidenti tracce (l'anno nuovo persiano, il Nowruz, inizia il 21 Marzo, secondo un calendario solare diverso dal gregoriano, e quest'anno l'Iran sarà nel... 1399 - Sic!)
Il sapore di involuzione è molto amaro e ricorda l'analogo percorso fatto nello stesso lasso di tempo, ma per altri motivi, da quella che un tempo era ritenuta la "Svizzera del Medio Oriente", il Libano.

venerdì 21 febbraio 2020

Russia, SWIFT, Banche e Oligarchi: il conto è aperto


Diversificazione dei circuiti finanziari esteri e ristrutturazione bancaria: la ricetta russa per non dipendere né dalle strutture monetarie occidentali né dall'incombente peso economico cinese. 


1° Settembre 2014. l'Inghilterra di James Cameron avanza istanza presso l'UE per estromettere la Russia dallo SWIFT, il maggiore sistema globale di transazioni finanziarie, in risposta all'occupazione russa della Crimea.

11 Novembre 2014. Ramilya Kanafina, vicedirettore del dipartimento nazionale dei sistemi di pagamento presso la Central Bank of Russia (d'ora in poi CBR), dichiara che "la ... Russia sta creando il proprio sistema per la trasmissione di messaggi finanziari".

26 Dicembre 2014. la CBR comunica "che ha fornito alle organizzazioni creditizie un nuovo servizio per il trasferimento di messaggi finanziari in formato SWIFT per le operazioni nazionali in Russia".

Febbraio 2015: anche Obama, appoggiato da Cameron, paventa lo spettro dello scollegamento del circuito bancario russo dallo SWIFT.

22 Marzo 2017: Elvira Nabiullina, governatore della CBR, comunica a Putin che "Abbiamo ... aggiornato il nostro sistema di pagamenti e, nel caso in cui dovesse accadere qualcosa nel paese, tutte le operazioni nel formato SWIFT procederanno normalmente. Abbiamo creato un analogo SWIFT ...".


Sede della Central Bank of Russia

La Federazione ha così varato un'alternativa allo SWIFT, lo SPFS (acronimo cirillico che sta per "Service for transfer of financial service messages") e un relativo circuito di carte bancarie, il MIR. Ma ciò vale solo nel territorio russo, nell'Unione Economica Euroasiatica (Bielorussia, Kazakistan e Armenia) e in Iran.

Nel 2019, insieme a Cina e India, ha iniziato a lavorare ad un sistema di pagamento interbancario transfrontaliero alternativo allo SWIFT. Da una parte la Cina intende portare avanti il suo progetto di internazionalizzazione dello Yuan e dall'altra l'India vuole proteggere i dati interni tramite un proprio sistema di pagamenti, il Rupay.

In vista di una maggiore integrazione tra i circuiti finanziari russo e cinese, già nel Marzo 2018, all'VIII Forum Internazionale Russia-Cina, Vladimir Shapovalov, dirigente capo dell'ufficio relazioni con i regolatori esteri della BCR, comunicava che alcune banche russe avevano aderito al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese CIPS (China International Payments System).

Sebbene l'India non abbia ancora un sistema di messaggistica finanziaria nazionale, prevede di combinare la piattaforma della Banca centrale russa con un servizio domestico in fase di sviluppo.

Aldilà dei progetti di cooperazione finanziaria alternativa ai circuiti dominanti (SWIFT, CHIPS, FEDWIRE, RIPLE, di cui gli ultimi tre con sede negli USA), è interessante conoscere la struttura e la recente evoluzione del sistema bancario russo, soprattutto in un mondo ove anche questo settore è ormai connesso alla Rete.


Elvira Nebiullina, governatore della CBR

Dal Giugno 2013 al timone della Banca centrale russa c'è una delle donne più discrete e potenti del mondo, Elvira Nabiullina, che, dopo un inizio in organizzazioni industriali, è da ben venticinque anni un tecnico al servizio del paese nei vari Ministeri economici, fino a divenire ministro dal 2007 al 2012.

Le principali banche sono tutte pubbliche: Sberbank (BCR maggiore azionista), VTB, (quasi interamente di Rosimushchestvo - la Federal Agency for State Property Management - il Ministero delle Finanze e la State Corporation Deposit Insurance Agency), Gazprombank e Rosselkozhbank (direttamente e indirettamente controllate dalla già citata Rosimushchestvo).

Da notare i rami in cui si sono specializzate: Sberbank banca universale (importante azionista di Yandex, il Google russo), VTB difesa e armamenti, Gazprombank oil e & gas (ma anche proprietaria dell'unica TV non ufficialmente statale, NTV), Rosselkozhbank il comparto agricolo (letteralmente, significa, infatti, "Banca Agricola Russa").

Altro dato saliente è che sotto la presidenza Nebiullina si è registrata un'importante contrazione degli operatori bancari, da 400 a 800, e i maggiori beneficiari sono stati proprio i "magnifici quattro" di cui sopra, i quali ad oggi rappresentano il 60% del totale per patrimonio netto e il 65% dell'ammontare sia dei crediti che dei depositi.

A ciò si aggiunge la particolarità che la BCR opera anche nel settore non bancario, come quello assicurativo, oltre ad essere responsabile della politica monetaria e della regolamentazione e vigilanza bancaria interna. Una caratteristica dell'economia russa è che le più grandi banche fanno parte di gruppi che includono compagnie assicurative e fondi pensione privati, e i rischi sono mescolati. Per Nebiullina "per vedere il quadro completo è difficile guardare il settore bancario da solo. È ... necessario esaminare le relazioni tra banche e altri membri di un gruppo finanziario".



22/03/17: Putin riconferma Nabiullina alla guida della BCR

Nel colloquio del 2017 con Putin, il governatore della BCR denuncia i mali sistemici bancari che hanno portato alla revoca della licenza a centinaia di istituti e società finanziarie, che "stavano prendendo parte all'economia sommersa ed erano coinvolte in operazioni dubbie". Ancora nel 2016, tra deflusso di capitali illegali e tentativi di trasformazione dei fondi in contante, Nebiullina calcolava il danno in 10 miliardi di $ l'anno, rispetto ai 60 di inizio mandato.

In uno studio del 2018, i tre economisti Piketty, Zucman e Novokmet hanno rilevato la discrepanza tra l'attivo della bilancia commerciale russa e gli investimenti netti all'estero degli ultimi vent'anni: avrebbero dovuto essere oggi circa il 300% del Pil, compresi interessi e rendimenti maturati, e non appena 26% delle cifre ufficiali.

Qualcosa sta cambiando nella gestione del rapporto tra Stato e oligarchi. La dirigenza russa sa che non può più permettere, con un occhio chiuso, il depredamento dei capitali interni. La ristrutturazione bancaria e la concentrazione verso pochi grandi attori pubblici mostrano l'intenzione di controllare i flussi monetari e indirizzarli verso specifiche aree di sviluppo. La Russia ha bisogno di investire in modo proficuo le risorse, perché il crescente divario economico con Pechino prima o poi si farà sentire sul piano geopolitico a proprio svantaggio.

Ironia della sorte, la Russia, per non dipendere in futuro dalla Cina, ne deve adottare il modello bancario e creditizio "State driven".

venerdì 24 gennaio 2020

Il lato oscuro dell'Artico

Altissimi tassi di felicità e di suicidi: il singolare doppio primato dei popoli artici tradisce un'inquietante trend che lo scioglimento dei ghiacci sta portando a galla..

Ogni anno l'ONU redige il World Happiness Report, una valutazione della felicità dei diversi paesi del mondo, basandosi su parametri di reddito, aspettativa di vita, sostegno sociale, libertà, fiducia e generosità. Il rapporto del 2019 conferma lo storico trend che vede ben sei tra i primi nove paesi con il più alto tasso di felicità al mondo situati nella zona Artica (Finlandia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Svezia e Canada), di cui quattro nelle primissime posizioni. Il report collima curiosamente con un'altra classifica, quella stilata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità sul tasso dei suicidi nel mondo, il cui unico lato positivo è che la popolazione artica coinvolta costituisce un numero esiguo rispetto all'ammontare mondiale. Infatti, le percentuali dei suicidi in Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, FinlandiaSvezia risultano doppie rispetto a paesi che vivono una crisi economica decennale, come Italia e Grecia, quest'ultima con momenti molto traumatici. Dell'Islanda, addirittura, non vi è traccia nel database dell'OMS.. I popoli della regione sono coscienti di tale triste casistica, con tanto di appositi programmi nazionali di prevenzione dei suicidi, ma le cause risultano essere molto differenti a seconda del tipo di cultura in cui si verificano.

Uno studio condotto nel 2018 dal Nordic Council of Ministers, un forum di cooperazione tra i governi di Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda, ha analizzato i sintomi di questo vero e proprio problema. Il sunto delle conclusioni raggiunte dal report è il seguente: la felicità non è distribuita in modo uniforme. Nonostante il diffuso livello di benessere, allo stesso tempo, il 12.3% della popolazione riporta bassi livelli di soddisfazione di vita. Le fasce di popolazione più vulnerabili sono i giovani (18-23 anni) e gli over 80. Il 13.5% dei giovani e il 16% degli anziani riportano i livelli più alti di infelicità e sofferenza psicologica (in particolare in Danimarca il 18.3% dei giovani ha problemi psicologici e in Norvegia, questi sono aumentati del 40% in 4 anni. Negli ultimi anni è stato osservato anche un aumento delle cattive condizioni di salute mentale. Tra i giovani in generale, sia donne che uomini, la mancanza di contatti sociali. In quasi tutte le fasce d'età, i maschi - in particolare quelli più anziani - sono i meno attivi socialmente, cosa che è associata all'infelicità. Al contrario, le persone più religiose sono anche le più felici. Infatti, in tutti i paesi nordici, le persone religiose sono risultate più felici degli altri anche quando non hanno migliori livelli di reddito rispetto agli atei o alle persone “moderatamente” religiose.
Non fu un caso che il Metal anni '80 trovò due suoi specifici filoni in Scandinavia.  Il Viking Metal, di carattere epico, eroico e romantico, focalizzato sull'età vichinga, la mitologia nordica e le religioni precristiane, quasi un tentativo di risposta all'atomismo ingenerato dal benessere consumistico moderno, tramite il recupero di radici identitarie, ma, soprattutto, il Black Metal Inner Circle, un'organizzazione criminale di matrice anti-cristiana nata in Norvegia, con tanto di raduni presto trasformatisi in rituali e cerimonie sataniste, sovente accompagnati da sacrifici di animali e orge, in cui si annoverano i più rinomati gruppi di black metal estremo, in primis i Mayhem, ideatori dell'oscura organizzazione di cui sopra; l'oscura band vide suicidi il cantante, "Dead" (Per Yngve Ohlin), e il chitarrista "Euronymous" (Øystein Aarseth) assassinato nel 1993 dal membro di un'altra formazione di metal estremo, Varg Vikernes dei Burzum, suo sodale in progetti vandalico-terrosistici (progettavano di fare saltare la cattedrale di Nidaros..).

La componente religiosa e spirituale risulta essere, invece, il terreno principale di crisi nell'identità delle popolazioni autoctone. Inuit o Eschimesi, del Canada (Labrador nord, Nunavik, Northwest Territories e Nunavut), della Groenlandia e della punta nord-orientale della Siberia, Yupik, anch'essi Eschimesi (distinguibili in Alutiiq della penisola dell’Alaska, Yupik dell’Alaska Centrale e delle coste occidentali e Yupik siberiani), Aleuti o Unanga delle Isole Aleutine e della regione russa della Kamčatka, Jakuti o Saka/Sacha, turcofoni della Repubblica Sacha (o Jakutija) in Siberia settentrionale (divisibili in Jakuti del nord e del sud), Komi, della Repubblica russa dei Komi (oblast' di Murmansk), dei distretti autonomi di Chantia-Mansia e di Jamalia, del Territorio di Perm' (Komi-Ižemci e Komi-Permiacchi) e dell'oblast' di Kirov (Komi del Kama), i Nency della tundra russa di Jamalia e Nenezia (inclusi i Chandejar, o Nenezi della Foresta, e i Nenezi Kominized, variante figlia di matrimoni con tribù di Komi), Tungusi o Evenchi, distribuiti tra Siberia, Mongolia e Manciuria, Sami o làpponi, della parte settentrionale della Fennoscandia, divisi tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, hanno una caratteristica comune: vivere di caccia, pesca, raccolta e allevamento, utilizzando i materiali e le risorse dei territori a loro accessibili, in un rapporto simbiotico con la Natura sublimato dallo sciamanésimo, un complesso di credenze e pratiche rituali (riscontrabili anche in altri contesti etnografici) imperniate sulla figura dello sciamano, una sorta di capo carismatico investito di responsabilità collettive, mediatore tra la comunità e gli spiriti, stregone e terapeuta ritenuto capace di provocare malattie, oltre che di guarirle. La sua funzione principale è quella di assicurare la 'fortuna' nella caccia, in base all'idea che gli esseri naturali di cui si nutre l'uomo (selvaggina, pesci, piante) siano dotati anch'essi di una componente spirituale. Le realtà indigene poggiavano, quindi, su un rapporto spirituale armonico e complementare con il Tutto che le civiltà allogene hanno rotto, portando una mentalità dicotomica tra Uomo e Natura, in cui il primo domina la seconda. L'interruzione di antiche tradizioni di vita e la diffusione della piaga dell'alcol hanno reso vulnerabile il sistema nervoso di dette popolazioni, con evidenti risultati negativi: bassa speranza di vita, alto tasso di suicidi e forte livello di alcolismo.

Emblematico è il caso degli Inuit groenlandesi, che annoverano il più alto tasso di suicidi conosciuto al mondoTra il 1970 e il 1980, tale triste statistica è quadruplicata a circa sette volte quella degli Stati Uniti (oggi è ancora circa sei volte superiore), tanto che non è un'esagerazione affermare che tutti in Groenlandia conoscono qualcuno che si è ucciso. L'entrata in gamba tesa da parte di logiche economiche ed industriali, prima danesi e oggi cinesi e non solo, ha rotto un equilibrio sociale di millenni. Il governo danese ha introdotto società commerciali e pescherecci da traino, minando la tradizionale economia nei piccoli villaggi locali, basata sulla caccia e il commercio collettivi di carne e pelli. Il riscaldamento globale, fenomeno accentuato nell'Artico (probabilmente anche più di quanto si pensi, stando a recentissimi studi), sta dischiudendo lo scrigno groenlandese agli appetiti delle Major. Non solo idrocarburi, ma anche le cosiddette "Terre Rare", di cui i cinesi hanno sviluppato una propria formula di lavorazione, elementi sempre più richiesti nelle applicazioni della tecnologia odierna, dagli schermi dei cellulari, alle batterie elettriche, fino alla componentistica missilistica di precisione. Nel suo "Artico, la battaglia per il Grande Nord" (2018, Neri Pozza editore, Vicenza), Marzio Mian testimonia l'interesse delle compagnie minerarie, dalla svedese Lkab (olivine, usata nelle acciaierie), la canadese Quadra Mining (molybdeno), i norvegesi della LNS (rubini), l'australiana co-partecipata dai cinesi GME (uranio), la China Ninferrous (zinco) e colossi mondiali come BHP Billiton, Rio Tinto, Anglo-American e Xstrata che intraprendono carotaggi, esplorazioni e attività di lobbying nei ministeri. Attività che comportano importanti ricadute ambientali, cosa aggravata dal fatto che le "Terre rare" non devono il proprio aggettivo ad una effettiva scarsità, bensì ad una loro bassa concentrazione nel materiale estratto, con conseguente utilizzo di maggiore energia e di agenti chimici inquinanti (per le falde acquifere e l'ecosistema marino in cui verranno sversati), necessari per la processazione. Il fatto che la Groenlandia abbia una bassissima densità di popolazione e che sia geograficamente "fuori mano" potrebbe agevolare il processo di delocalizzazione delle attività industriali inquinanti dal Primo al Terzo Mondo, in cui potrebbe ricadere la terra degli Inuit, la cui verginità ambientale sarebbe sacrificata per assicurare la transizione ecologica nei Paesi OECD e in Cina. Insomma, la colonizzazione sta portando la maggioranza delle comunità autoctone ad abbandonare del tutto o in parte il proprio stile di vita originale. Anche se oggi alcune popolazioni stanno cercando di recuperare usanze e tradizioni, la civiltà degli allevatori di renne, dei cacciatori di mammiferi marini e dell’uomo in armonia con l’ambiente rischia di scomparire per sempre.

Conclusione
Il suicidio è l'ultimo atto di un pernicioso percorso personale e sociale involutivo in cui l'individuo smarrisce il suo senso di stare al mondo o dispera nel futuro. Il 26 Dicembre la tragedia ha toccato anche l'altolocata casa regnante norvegese, con il suicidio del genero di Harald V, lo scrittore Ari Behn, a soli 47 anni. Le evolute e socialmente avanzate società scandinave nutrono un nutrito gruppo di Foreign Fighters. Il male oscuro dell'Artico non distingue né età né classe sociale. I programmi statali di prevenzione al suicidio, da ultimo quello alaskano, puntano sull'inclusione e senso della comunità. Ma le alte percentuali del fenomeno testimoniano che l'armonia interiore di popoli secolarmente abituati a vivere in simbiosi con la Natura è stata rotta da dinamiche esogene, che lo scioglimento dei ghiacci e la conseguente penetrazione dell'opportunistica logica del profitto non potranno che aggravare.

sabato 18 gennaio 2020

Rete & Potere: Yandex o "Del Controllo Sociale 4.0"


I nuovi strumenti del controllo sociale passano per la Rete. La sfida 4.0 degli Stati è vincolarla alle proprie esigenze. E la Russia si sta muovendo.

Il contesto generale.
Oggi quasi tutto è in Rete e la Rete è quasi dappertutto. Le comunicazioni politiche, economiche, finanziarie, sociali, anche questo articolo, solcano le immateriali onde di Internet e la capacità degli Stati di connettervi sempre più settori sta gradualmente divenendo misura della loro modernità. A tale esito non sfugge il comparto militare e securitario, tanto che si è coniata l'espressione Fifth Domain, la frontiera cyber della guerra e del controllo sociale del futuro. Ogni struttura di Potere statuale coniuga il controllo del territorio e delle comunicazioni sociali ai fini di preservare la collettività e se stesso, adottando ogni mezzo a tali scopi.


Ed oggi, gli strumenti di controllo sociale potenzialmente più pervasivi ed efficaci utilizzano i bit della Rete, monitorando e immagazzinando i dati anagrafici e le conversazioni di un'intera popolazione: dimmi cosa clicchi e a chi e ti dirò chi sei. Una banale logica porta all'impellente necessità per qualsiasi governo di porsi la questione del controllo, se non addirittura della proprietà, della Rete fisica domestica e dei punti di approdo dei dati, i server. Il fatto è l'architettura di Internet fu ristrutturata a metà degli anni '90 dagli anglo-americani ed oggi è sempre più chiaro che fu fatto con lungimiranti intenti di egemonia geopolitica ed economica.


Il contesto specifico.
Alla luce di quanto sopra, risultano comprensibili gli sforzi di Cina, IranFrancia e Germania per avere il comando ("sovranità" sarebbe il termine più appropriato, ma troppo, ahinoi,  ideologicamente compromesso di questi tempi) dell'infrastruttura della rete nazionale (reti fisiche di comunicazioni interne e filtri che ne permettono l'accesso all'/dall'esterno) e la Russia non è stata da meno. Dietro le interessate grida d'allarme occidentali sulla "libertà della navigazione in Rete" e sulla "censura" si cela la lecita preoccupazione dei governanti russi sul fatto che i loro domini web dipendano da un ente allocato ad Amsterdam, il RIPE: in caso di dissidi tra i due paesi la minaccia che tutti i siti ".ru" possano scomparire con un click sarebbe più che un'eventualità.


La Russia, dunque, si sta attrezzando per evolversi dalla dipendenza estera dal protocollo DNS (Domain Name Server, dove vengono "storati" in ultima istanza i dati) e BGP (Border Gateway Protocol, i criteri di instradamento dei dati tra i vari server). Il controllo di Yandex, il principale motore di ricerca e fornitore di servizi di posta elettronica nella Federazione (il Google russo), rientra in questa politica e in tale contesto strategico nazionale. Ultimamente Yandex e il Cremlino hanno concordato: 1) la creazione di una fondazione speciale nella "zona economica libera" nell'Oblast di Kaliningrad che acquisterà la "Golden share" di Yandex da Sberbank (cosa che consente il blocco di tutte le operazioni anche solo con il 10% o più di partecipazioni); 2) cinque degli undici seggi nel consiglio di amministrazione del fondo saranno assegnati ai rappresentanti delle università con cui Yandex collabora, tre posti ai vertici dell'azienda stessa e i restanti tre dai rappresentanti delle istituzioni pubbliche; 3) al fondatore e CEO di Yandex, Arkady Volozh, è vietato vendere le sue azioni fino al 2022, tramite il trasferimento del suo pacchetto azionario (pari a ben il 50%) ad un fondo fiduciario familiare.


Conclusioni.
Alla luce di quanto sopra sarebbe fuorviante suggerire che Yandex stia subendo un processo di nazionalizzazione. Semplicemente, lo stato russo negli ultimi vent'anni ha capito che basta ottenere il privilegio di bloccare ogni possibile tentativo di vendere un asset importante come Yandex a un investitore straniero. Il nuovo accordo istituzionalizza anche la capacità del governo di censurare le ricerche su Internet e la sua prerogativa di esaminare le e-mail e le transazioni finanziarie dei clienti di Yandex. A discapito di quel che si possa pensare della Russia, gli oligarchi non sono affatto spariti, anzi prosperano come non mai in un paese che vede l'indice di Gini in peggioramento inesorabile dagli anni '60 (quindi anche nell'era Putin): vent'anni fa è stato raggiunto un equilibrio che tutt'ora resiste, in cui si permette agli oligarchi di sfruttare le risorse del paese (ed esportare i proventi in paradisi fiscali esteri, come Cipro, per poi farli rientrare sotto veste di "investimenti diretti esteri", magari godendo di apposite agevolazioni), ma lo Stato non tollera concorrenza in settori strategici, quali politica, sicurezza, militare e media.


L'11 Maggio 2000 l'assalto dell'FSB alla sede di NTV, allora rete dissidente del magnate Vladimir Gusinsky, mostrò al mondo quali linee rosse non dovessero essere superate nel nuovo corso. Gusinsky fu indagato per frode fiscale, brevemente imprigionato e costretto a vendere le azioni a Gazprom, attuale proprietario dell'emittente in questione. Arkady Volozh, memore del precedente, ha saggiamente trovato e accettato con il Governo un accordo "che non poteva rifiutare".

giovedì 19 dicembre 2019

L'emergenza climatica divide l'Alaska

Alaska: l'unità dei nativi a rischio, tra esigenze di sviluppo industriale, dibattito climatico e imminente polarizzazione elettorale presidenziale.

È il tema del momento. L'opinione pubblica internazionale si accalora e si divide sul Clima: Conferenze ONU, movimenti d'opinione e gruppi organizzati preoccupati "dall'estinzione", progetti di politiche pubbliche green new deal in Occidente, paesi influenti che pongono riserve. In tutto ciò, il quadrante geografico in cui gli effetti climatici sono più accentuati, e che a loro volta costituiscono cause di mutamento nel resto del Globo, è l'Artico. Anche qui, nonostante sia ancora poco popolato e con interessi economici crescenti ma di piccola entità rispetto ad altre latitudini, si pone il dilemma del trade-off tra coscienza ecologica e modello industriale inquinante.

Il caso diviene eclatante in Alaska, ove per la prima volta dal 1966 una delle tredici corporazioni regionali native dell'Alaska, il Arctic Slope Regional Corporation, o ASRC, lascerà l'AFN, la federazione dei nativi d'Alaska. Per capire la gravità del fatto occorre andare per ordine e definire il contesto.


Nel 1966 le istanze degli autoctoni portarono alla creazione della più grande organizzazione nativa statale in Alaska, l'AFN, che oggi rappresenta più di 140.000 popolazioni indigene, circa una su cinque nel 49º Stato della Federazione, e continua ad essere il principale forum e la voce degli alaskani nell'affrontare questioni critiche di politica pubblica e governo. A livello statale, AFN svolge un ruolo attivo nel processo legislativo, promuovendo leggi, politiche e programmi in settori quali sanità, istruzione, sviluppo delle risorse, lavoro e governo, con un occhio attento alle questioni sociali, tribali ed economiche.


Le rivendicazioni fondiarie, unite alla scoperta del petrolio locale nel 1968, ottennero come risultato l'Alaska Native Claims Settlement Act (ANCSA), firmato dal presidente Richard Nixon il 18 dicembre 1971: con la creazione delle Alaska Native Corporations si stabilirono i diritti degli autoctoni verso la terra trasferendo i titoli a dodici società regionali e oltre 200 società di villaggi locali e, in seguito, fu creata una tredicesima corporazione regionale per i nativi non più residenti.

L'Arctic Slope Regional Corporation (da ora in poi ASRC) è la principale: 4.000 dipendenti (10.000 in tutti gli States), 12.000 azionisti Iñupiat Eskimo, uno dei maggiori proprietari terrieri privati ​​in Alaska, ben 5 milioni di acri di terra sul versante nord, contenenti un alto potenziale di petrolio, gas e carbone (pari a 20.000 kmq, l'1.2% della superficie dello Stato), attiva nei servizi di supporto energetico, raffinazione e commercializzazione del petrolio, servizi di appalti pubblici, industriali, edilizia e sviluppo delle risorse.
Ebbene, in un comunicato stampa diffuso il 13 Dicembre, il direttore delle comunicazioni Ty Hardt ha scritto che il consiglio di amministrazione dell'organizzazione ha votato all'unanimità per porre fine alla sua adesione all'AFN il 31 dicembre 2019, senza specificare divergenze con l'AFN.

Dovendo rinvenire le cause della decisione, si può risalire alla Convention di Ottobre dell'AFN e, dai comunicati stampa dell'ASRC dell'ultimo anno, al disappunto verso recenti iniziative politiche, tra progetti di aggravio della tassazione sui prodotti petroliferi e potenziali ingerenze ambientaliste nelle attività della Compagnia.


Nella 53a convention della Federazione dei nativi dell'Alaska, conclusasi il 19 Ottobre a Fairbanks, i delegati hanno approvato una misura che dichiara lo stato di emergenza per i cambiamenti climatici, dopo un controverso dibattito. Crawford Patkotak, presidente del consiglio della ASRC, ebbe, infatti, ad affermare che la misura lascia aperta la possibilità che interessi esterni come gruppi per i diritti ambientali e dei diritti degli animali possano stabilire i termini per lo sviluppo delle risorse sulle terre indigene.

Nel comunicato stampa ASRC del 7 Novembre, inerente un'imminente votazione statale di revisione fiscale, si paventa un aumento del 200% dell'imposizione sui molti articoli oil; il solito Patkotak paventa la "paralisi degli investimenti in nuove tecnologie e metodi per estrarre in sicurezza petrolio" e che "ciò significa meno posti di lavoro e maggiore incertezza". D'altra parte, già il 21 Febbraio veniva annunciata una rimostranza in comune con il North Slope Borough proprio in risposta al "piano del Governatore di portar via alle municipalità la capacità di tassare l'industria del gas del petrolio", come si recita nel titolo.

Nel mezzo il comunicato del 17 Maggio in cui ci si lamentava del progetto di Legge avanzato dalla Camera del Congresso, poi votato in via definitiva il 12 Settembre, di protezione totale dallo sfruttamento da idrocarburi già in essere dell'area naturale Artico National Wildlife Refuge (ANWR). Il disegno di legge approvato dai Democratici abroga una disposizione controversa inclusa nella legge fiscale del Presidente Trump del 2017, che aveva aperto la zona alla trivellazione di petrolio e gas, provocando contraccolpi da parte degli ambientalisti che hanno usato a lungo la protezione dell'area come grido di battaglia.

Insomma, la decisione di Dicembre parte da segnali di insofferenza disseminati in tutto l'anno. C'è da attendersi che le presidenziali del 2020 acuiranno la querelle tra sostenitori dello sviluppo locale, anche se inquinante, e paladini delle tematiche ambientali coniugate con la difesa delle abitudini dei nativi in un territorio ancora incontaminato rispetto all'impronta economica umana che ha segnato le fasce temperate. E non c'è dubbio che la contrapposizione coinvolgerà la polarizzazione elettorale tra Repubblicani (o, meglio, Trump) e Democratici.

lunedì 16 dicembre 2019

Terrorismo & Media in Italia. Il controllo delle infrastrutture critiche, nuova frontiera della prevenzione.


L'architettura della Rete: suo ruolo, controllo e manipolazione nella diffusione e nel contrasto preventivo della propaganda jihadista

Nel brevissimo saggio proposto trattiamo di un particolare ambito nella prevenzione del Terrorismo in Italia: non del lungo lavoro di cooperazione tra istituzioni e società civile per scongiurare alla fonte la germinazione di mentalità radicalizzate (M. PUGLIESE 140-147), ma delle modalità di individuazione di ambienti di attecchimento e strumenti di diffusione delle idee estremiste.
Occorre considerare il contesto italiano attuale in una prospettiva di medio-lungo orizzonte. Lo Stato moderno, cioè l'evoluzione post-medievale della struttura di potere che controlla Territorio e Società su cui ha sovranità, ha come fine essenziale di evitare il peggio o, come direbbe Hobbes, l'"homo homini lupus". Va da sé che la principale pratica per arginare il disordine e la disgregazione civica, il controllo sociale, si  configura come la capacità di poter attingere a più informazioni possibili sulla collettività governata. In forza della chiave interpretativa dei fenomeni sociali "segui la Tecnologia", ne deduciamo che oggi la maggior parte della comunicazione e dei dati passa attraverso la Rete; addirittura numerosi studi collegano nascita e diffusione nel Neo-Terrorismo allo sviluppo dei mass media moderni (D. SAVIGNONI, 2016, 42): è indubbio che l'utilizzo massiccio dei Social e l'evoluzione video-grafica abbiano favorito e indirizzato le scelte comunicative di Isis e Daesh. In più, come si evince dal Digital News Report 2019 di Reuters per l'Italia, gli under 35 preferiscono i Social ai media tradizionali, con inesorabile declino della carta stampata, e gli under 24 optano per gli ultimissimi video-social (Snapchat, Instagram), rispetto ai già rodati Facebook e Twitter (YouTube regge grazie al fatto di essere, appunto, un contenitore video). Insomma, è ora di cominciare a realizzare che ogni generazione ha i suoi media, come fu il passaggio dalla radio alla televisione, e che l'accelerazione tecnologica ha reso tale cambiamento da intergenerazionale a intragenerazionale (S. ZAMAGNI, 2018, 47), soprattutto alla luce del fatto che i giovani sono i principali destinatari della propaganda e del reclutamento del Califfato.
Inoltre occorre un doveroso distinguo tra il Quarto Potere, i media tradizionali, e quello 4.0, Social e indicizzatori online: mentre agenzie di stampa, TV e giornali decidono cosa trasmettere ad una platea indeterminata, i New Media non filtrano le informazioni tanto in entrata, bensì in uscita, cioè possono decidere a chi e a quanti fare arrivare cosa, manipolando, allo stesso modo, ma in maniera più subdola, l'opinione pubblica e individuale. Tramite la raccolta dei dati di registrazione personale degli utenti al loro servizio gratuito (in cui il prodotto sono i dati regalati ai gestori dello stesso), degli ulteriori dati immessi (basti pensare alle foto su Facebook), al tracking dei siti di navigazione, i G.A.F.A.M (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft) raccolgono informazioni sui loro fruitori... e le cedono (rivendono?) a terzi, come si è visto con Cambridge Analytica. Potrebbe essere anche peggio: nulla vieta a tali monopoli permessi dagli States di tenere aperta una back door di condivisione di dati e metadati con i servizi di intelligence e, stante l'architettura che ne vede i server sul suolo statunitense, il sospetto che le agenzie beneficiarie siano a stelle&strisce è più che lecito. Bastino poche considerazioni: trasportare dati costa in funzione della distanza e logica vuole che la quasi totalità della navigazione su Social e motori di ricerca in Italia sia fatta in italiano; una reale razionalità economica suggerirebbe di ridurre i costi di trasmissione frammentando il proprio cloud in tanti piccoli server locali sul nostro territorio, anche per evitare un aumento dei prezzi dei carrier e i rischi della non ridondanza geografica.
Non è un caso se i server in Europa degli OTT (Over The Top, alias G.A.F.A.M) sono in Gran Bretagna ed Éire, paesi molto friendly nei confronti degli USA e del mercato dei dati (Cambridge Analytica docet). Il problema della concentrazione dei data server (i ROOT DNS) soprattutto negli USA comporta  l'extraterritorializzazione rispetto all'Italia dei dati oggetto di indagine, per esempio, della Polizia Postale, come evidenziato più volte dal suo comandante, D.ssa Nunzia Ciardi e lo svolgimento dell'attività inquirente dipende dal buon cuore delle società private e dai tempi delle rogatorie internazionali per i dati allocati da provider statunitensi in paesi extra-USA (sempre se c'è collaborazione nell'individuazione della nazionalità di detti siti); aggiungiamo che i tempi di conservazione delle informazioni, (data retention) differiscono da Stato a Stato, e in alcuni di essi non sono previsti, oppure che alcuni OTT non diano corso alle richieste di reati il cui perseguimento, pur essendo previsto dalla legislazione del paese richiedente, entrino in contrasto con i principi fondamentali della Costituzione americana (diffamazione, diritto di opinione).
Entro dieci anni arriveremo a maturazione della seconda e terza generazione di figli di immigrati in Italia e il problema dell'influenza della Rete nella loro eventuale radicalizzazione si porrà in modo impellente: come evidenziato da Claudio Galzerano (C. GALZERANO, 2018, 36-45), Dirigente Superiore della Polizia di Stato e Direttore del Servizio per il contrasto dell'estremismo e del terrorismo esterno (DCPP/UCIGOS), il reclutamento avviene sempre più tra giovanissimi privi di una struttura ideologica forte, mossi essenzialmente da disagi familiare e sociale sfocianti in sentimenti di risentimento ed odio, ipnotizzati più dagli elementi suggestivi e dal confezionamento dei messaggi (non a caso prevale la diffusione di video) che dal loro contenuto. Il Ricu-model, derivante da una delle prime attività di prevenzione adibite a monitorare il communication space per identificare soggetti e comunità a rischio radicalismo, il Research, Information and Connunications Unit (R.I.C.U.), istituito dal Regno Unito nel 2007, sta ottenendo importanti risultati. L'unità supporta il Counter Terrorism Internet Referral Unit (C.T.I.R.U.) nella rimozione dei contenuti estremisti e sviluppa tecnologie per identificare la propaganda online, come il software presentato dall'Home Office in grado di rilevare automaticamente il 94% della propaganda di Daesh con una precisione del 99,995%. Al netto del grande e lungo lavoro di raccordo tra istituzioni e società civile per contrastare contro-culture radicaliste, prevenendo così l'humus di situazioni sociali critiche in cui possano nascere, non ci si possono attendere fondamentali miglioramenti del fenomeno incipiente in un contesto che contempla economia in declino, disoccupazione sistemica, indice di Gini in peggioramento da trent'anni, assenza di una narrativa nazional-popolare che dia forti motivazioni sociali "per vivere ed anche morire" per la comunità di appartenenza. La propaganda jihadista verso i nostri giovani fa leva proprio sulla fondamentale esigenza umana di avere qualcosa di superiore per cui vivere e morire. Abbiamo espunto così bene concetti di onore, conflitto e ferrea disciplina sociale (Dura Lex sed Lex) che siamo diventati una collettività post-storica imbelle, tanto da paventare il paradosso di preoccuparci per l'incolumità dei nostri contingenti esteri, la cui professione e missione consisterebbe proprio nel garantire la protezione della comunità d'appartenenza..
Mancando tale quadro e visione di insieme, sarà la tecnologia fruibile a determinare i futuri sviluppi del trittico propaganda-prevenzione-radicalizzazione: il successore di Daesh e Isis punterà ancora sulla viralità dello strumento video tramite la Rete e i Social; tutorials su come trasformare la batteria del cellulare in un detonatore e come fabbricarsi ordigni domestici necessitano di altrettanta contro-tecnologia. Il controllo della Rete domestica è il tema che presto dovremo affrontare anche in Italia oggi, nel "20 Dopo Internet", perché Francia e Germania stanno già provvedendo.

Siamo ancora indietro in questo genere di consapevolezza e paghiamo anche una sudditanza psicologica nei confronti dell'alleato americano: basti considerare che nell'edizione speciale "Deradicalizzazione" del Giugno 2018 su Gnosis, rivista ufficiale della nostra intelligence interna, l'articolo inerente il contributo dei Social al contrasto del fenomeno è curato dal... public policy manager di Google (!), Diego Ciulli.
È oltremodo utile che i nostri investigatori possano adottare le analytics di Google per individuare, tramite, key words, luoghi e quartieri ove si digitano le parole sensibili per la prevenzione contro-terroristica, ma... non suona strano che un'attività di indagine istituzionale sia a sua volta monitorabile dal tracking di Google, cioè da una multinazionale privata con i ROOT server in un paese straniero??



Fonti (in ordine di apparizione)

MATTEO PUGLIESE, Esperienze europee nella prevenzione della radicalizzazione, "Deradicalizzazione", numero speciale di Gnosis, Giugno 2018, 140-147;

DOMITILLA SAVIGNONI, Comunicare il terrore e il ruolo dei media, in M. Bressan, S. Felician Beccari, A. Politi, D. Savignoni (a cura di),  "Eurasia e Jihadismo. Guerre ibride sulla Nuova Via della Seta", Carocci editore, 2016, 42;

Digital News Report 2019 di REUTERS (http://www.digitalnewsreport.org/interactive/);

STEFANO ZAMAGNI, Come e quanto la Quarta Rivoluzione Industriale ci sta "toccando", Mimesis edizioni, 2018, 47;

NUNZIA CIARDI,
http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/005/057/Memoria_Direttore_Polizia_postale.pdf

CLAUDIO GALZERANO, Radicalizzazione e passaggio all'azione. Quando lo Stato non lotta da solo, "Deradicalizzazione", numero speciale di Gnosis, Giugno 2018, 36-45;

HOME OFFICE, https://www.gov.uk/government/news/new-technology-revealed-to-help-fight-terrorist-content-online

IL SOLE24ORE, h
//www.infodata.ilsole24ore.com/2018/05/18/reddito-disuguaglianza-italiana-negli-ultimi-150-anni-cresce-quella-generazionale/?refresh_ce=1

STARTMAG, magazine online, https://www.startmag.it/innovazione/francia-contro-google-ecco-come-il-governo-di-parigi-punta-su-qwant/

UNITED INTERNET, web Company, https://www.united-internet.de/unternehmen/verantwortung.html

domenica 24 novembre 2019

Neo-Terrorismo 1: Alessandro Politi. Prevenzione


Quest'autunno, per l'accessibilissima cifra di 250 €, ho deciso di investire il mio percorso tardivo, ma sempre beneaugurato, di crescita personale in un corso invernale (o "Winter School", se vi sembra più trendy) sul Terrorismo alla SIOI.


Ho già avuto il piacere e la fortuna di assistere alle lezioni del Prof. Politi in un recente Master in Sviluppo Sostenibile e Studi Artici, sempre alla SIOI. Il piacere è dovuto alla sua ars loquendi, di cui ho apprezzato la capacità di valorizzare l'interlocutore e in modo brillante (una forma raffinata di captatio benevolentiæ), la fortuna è nel poter attingere al suo vasto expertise come consulente di ministri della Difesa (ben tre italiani e uno greco), direttori del DIS e del COPASIR, numerosi e notevoli incarichi in istituzioni internazionali, fino all'attuale presidenza del NATO Defense College a Roma.

Il suo intervento, incentrato sulla prevenzione al Terrorismo, è un insieme di osservazioni sul contrasto alla minaccia jihadista contrappuntate da gradevolissime esternazioni e chicche di bagaglio culturale personale. Alla fine, parliamo del figlio di due professori universitari, uno pugliese e una tedesca; uno cresciuto pane & libri, per intenderci; un predestinato.

Andiamo ai contributi del Nostro. "Il terrorista usa il terrore per fare scendere a patti lo Stato colpito. Dunque, lo scopo non è abbattere gli Stati colpiti, che sovente vengono, anzi, rafforzati. Nello Stato colpito la differenza la fa l'Elite nel suo approccio all'attacco terroristico: la trattativa è contemplata."

Ancora. "C'è differenza Guerra Civile e atti terroristici all'interno di essa. Quanto hanno contato atti terroristici al raggiungimento degli scopi politici della Guerra Civile? In molti paesi tali morti sono meno rispetto a quelli da combattimento."

Politi pone particolare attenzione al "Legame Conflitti-Terrorismo: si rimesta nello scontento. L'84% dei morti x terrorismo sono in 10 paesi. Nelle carceri si verifica un cono di radicalizzazione. Occhio al Terrorismo di matrice mafiosa."

Poi, più a braccio. "Il Terrorista jihadista non ha raggiunto risultati in 30 anni, Daesh a parte. Dunque è destinato a scemare. Il Terrorismo è anche un mezzo di interferenza di Stato. I Golpe c'erano anche nella Guerra Fredda. Gli assassini di Stato sono come quelli terroristici: promettono tanto e mantengono poco."

Con tutto il peso da direttore del NATO Defense College, il disappunto per la situazione nell'amministrazione americana. "Uno Stato non è un'azienda" e, riferendosi alla caduta di Gheddafi e al Venezuela, "Non si fanno più i Golpe come una volta: oggi c'è improvvisazione nel gestire il Dopo; in Venezuela, addirittura, si sta rasentando il ridicolo".

Infine, una chicca interpretativa su un famoso motto attribuito a un nostro illustrissimo antenato politico. "Machiavelli disse: Bada che i tuoi mezzi siano adatti a raggiungere il fine; mentre la frase Il fine giustifica i mezzi è di derivazione protestante e Machiavelli non l'ha mai pronunciata."


Per concludere, l'intervento del Prof. Politi non ha avuto la strutturazione sistematica tipica dell'impostazione accademica, ma ha seguito un'agile concatenarsi di ragionamenti, più efficaci all'ascolto che al resoconto scritto, nei quali, a mio avviso, il valore aggiunto è da cogliere non nelle risposte ma nelle domande e nel porre l'attenzione verso certe direzioni. Insomma, pensieri che non chiudono il quadro d'indagine della ricerca nel recinto interpretativo del docente od oratore di turno, ma tentano di seminare ulteriori fertili interrogativi nell'interlocutore.
Ricordo ancora, al Master, una delle frasi del Prof. Politi: "Non mi interessa imporvi il mio punto di vista, ma fornirvi gli strumenti per farvene uno vostro. Per me l'ideale sarebbe che, un giorno, un alunno mi superasse: sarebbe il massimo risultato come docente".

Energy storage and alternatives

And what are the different forms that energy can be currently stored in? We have the traditional ones, because if you talk about energy sto...